Una statua per Bolt, ragazzo di Sherwood

04 Dicembre 2017


 

di Giorgio Cimbrico

L’unica città che può reggere il confronto con l’Olimpia di un tempo è Kingston. Là, allora, le effigi di vincitori di antichi Giochi venivano alzate di quadriennio in quadriennio; oggi la capitale della Giamaica può mettere in mostra una piccola folla di statue che onorano i suoi campioni. Ultima e freschissima di posa, quella di Usain Bolt, fermato nel gesto che verrà tramandato, generazione dopo generazione: un arciere senza arma che pare lanciare la sua freccia verso l’infinito. Bell’omaggio per chi si è appena auto-pensionato. "Non ci si crede! Soltanto un ragazzo di Sherwood. Tutto è possibile. Non bisogna mai porsi dei limiti!" il commento che il fulmine giamaicano ha fatto circolare sui social network abbinato ad uno scatto in cui posa fiero di fronte alla sua statua.

L’Independence Park è un giardino delle delizie: all’ingresso, la statua di Bob Marley, il profeta del reggae, strappato alla vita a 36 anni da un cancro: sono passati più di trent’anni ma la sua musica è ancora colonna sonora di un paese. All’interno del Park, il National Stadium, costruito per i Giochi del Commonwealth del 1966: a montare la guardia all’ingresso principale, la statua di Don Quarrie, campione olimpico dei 200 a Montreal quando il Caribe impose la sua legge: i 100 avevano trovato il padrone in Hasely Crawford di Trinidad. Con il suo nome fu battezzato il jumbo della compagnia aerea.

Poco più in là, la corsa fermata nella pietra di Arthur Wint e di Herb McKenley, due tra i cavalieri del sogno che galopparono tra il 1948 e il 1952. A Londra Wint piegò McKenley nei 400 dopo un indimenticabile testa a testa e sfiorò l’accoppiata con gli 800, battuto da Malvin Whitfield. Sul mezzo miglio, stesso ordine d’arrivo quattro anni dopo a Helsinki, quando alla 4x400 giamaicana (completata dal piccolo Leslie Laing e da George Rhoden, campione nei 400) riuscì quel che il fato aveva strappato a Londra per l’infortunio muscolare che fermò proprio Wint, destinatario della prima statua. Quella notte il quartetto brindò con whisky in compagnia del Duca di Edinburgo. Sprovvisti di stoviglie adatte, si arrangiarono con i bicchieri dove tenevano gli spazzolini da denti. Sua Altezza non si formalizzò. Nel frattempo Kingstn era invasa da folle ebbre: per evitare l’arresto per ubriachezza molesta era sufficiente pronunciare la parola magica: Helsinki.

L’Atena del Pantheon giamaicano è Merlene Ottey che ha molto vinto, molto perso, intensamente vissuto e continuato a calpestare piste al sopraggiungere dell’estrema maturità dei 50 anni. Nelle ultime stagioni non più la signora in giallo, ma la veterana delle veterane in verde Slovenia.

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